G.V.

Le sentenze “a sorpresa”

Novità dalla Cassazione.

(Nota a Cass. civ., sez. III, 28.6.2018, n. 17053)

Con la recente ordinanza n. 17053, pubblicata il 28 giugno 2018, la Sezione III^ della Corte di Cassazione è tornata a esprimersi in tema di nullità delle cd. sentenze ‘a sorpresa’ o della ‘terza via’.

Più nello specifico, la Suprema Corte si è pronunciata nuovamente sulla dibattuta questione della sussistenza in capo al Giudice del dovere costituzionale di evitare sentenze che abbiano alla base questioni rilevate d’ufficio e sulle quali non vi sia stato il confronto processuale tra le parti.

La controversia definita dalla Cassazione mediante l’ordinanza in commento ha avuto origine dalla domanda di risarcimento dei danni occorsi all’attore in conseguenza ad un sinistro stradale nell’ambito del quale, egli aveva riportato lesioni personali.

In particolare, la domanda rigettata dal Giudice di prime cure per mancanza di prova sulla dinamica dell'incidente e sulla compatibilità dei danni lamentati con le relative modalità descritte nell'atto introduttivo, veniva parzialmente accolta, in sede di gravame, dalla Corte d’Appello adita, la quale riteneva raggiunta la prova della verificazione del sinistro, senza tuttavia ritenerne provato il nesso eziologico con le lesioni lamentate dall'attore.

Infatti, ad avviso della Corte giudicante veniva evidenziata l’assenza negli atti del fascicolo di parte appellante (ma, in ogni caso, menzionati dal CTU nella propria relazione) del referto medico riferibile al giorno dell'incidente nonché dell'attestazione del successivo ricovero ospedaliero. L'unico documento medico utile, oggetto di valutazione, pertanto, era rappresentato dal referto radiologico, effettuato a giorni di distanza dall'incidente occorso e, dunque, inidoneo per la Corte a provare il collegamento causale tra le lesioni ed il sinistro per il quale si richiedeva il risarcimento.

Il ricorrente, con due distinti motivi impugnava la pronuncia richiamata precisando che la Corte aveva rilevato, solo in fase decisionale, la mancanza di documenti sanitari indispensabili ai fini della decisione, in violazione del principio del contraddittorio.

Quanto al secondo motivo di impugnazione il ricorrente lamentava la circostanza che la Corte avesse omesso di esaminare la relazione peritale del CTU, non contestata dalle parti, nella quale veniva riportata la documentazione sanitaria in questione.

La Corte di Cassazione, ricostruito sinteticamente il quadro normativo di riferimento, ha rigettato il ricorso, ritenendo infondati entrambi i motivi di impugnazione.

In particolare, quanto al primo motivo di impugnazione il Supremo Collegio ha chiarito che il dovere del giudice di evitare sentenze cosiddette a sorpresa, fondate, cioè, su questioni rilevate d’ufficio e non oggetto del contraddittorio tra le parti “non può tuttavia estendersi sino a considerare obbligato il Giudice a stimolare il contraddittorio anche nel caso di una eventuale diversa (rispetto alle parti) valutazione del materiale probatorio già acquisito, o nell’ipotesi, quale quella di specie, di un mancato rinvenimento, nel fascicolo di parte, di documenti, ritenuti decisivi ma non riportati neanche nell’indice dei fascicoli medesimi”, e che, dunque, nella fattispecie in esame la Corte non ha affatto posto alla base della decisione una questione rilevata d’ufficio, essendosi invero limitata a rilevare il mancato deposito della documentazione sanitaria.

Quanto poi alla seconda doglianza, i giudici di legittimità hanno precisato che, non sussisteva il denunciato omesso esame di un fatto storico avendo la Corte espressamente esaminato l’elaborato peritale ed essendosi limitata a prendere atto che la documentazione sanitaria, peraltro menzionata nella relazione tecnica, non risultava né depositata né indicata in atti.

Ciò precisato, si evidenzia che l’ordinanza in commento appare rilevante perché pur ribadendo il dovere costituzionale del Giudice di evitare le sentenze ‘a sorpresa’ o della ‘terza via’– oggi sanzionato con  l’introduzione ad opera del legislatore con la l. 69/2009 di un secondo comma all’art. 101 c.p.c. a mente del quale “Se ritiene di porre a fondamento della decisione una questione rilevata d’ufficio, il giudice riserva la decisione, assegnando alle parti, a pena di nullità, un termine, non inferiore a venti e non superiore a quaranta giorni dalla sua comunicazione, per il deposito in cancelleria di memorie contenenti osservazioni sulla medesima questione” – ne chiarisce la reale portata applicativa.

L’ordinanza annotata, infatti, ha il pregio di sottolineare, (nel solco in parte già tracciato dalla pronuncia a Sezioni Unite n. 20935/2009) che la nullità in parola, derivante dalla violazione del principio del contraddittorio, non può essere, ipso facto, sempre e comunque predicata, quale conseguenza indefettibile di tale omissione, ma deve essere comminata qualora investa una questione che “comporti nuovi sviluppi della lite non presi in considerazione dalle parti, modificando il quadro fattuale” (in termini, anche Cass. n. 16577/2005), con il limite dunque della effettiva rilevanza della stessa rispetto alla decisione.

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