G.V.

SENTENZA CORTE DI CASSAZIONE, SS. UU. 11.2.2019, N. 3963.

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Gentili risparmiatori, colleghi e a tutti coloro che si sono interessati della nota vicenda relativa ai rendimenti dei buoni postali fruttiferi serie O e P emessi tra la metà degli anni 1981 e 1986 i quali hanno subito una conversione automatica nei titoli serie Q dal D.M. 13.6.1986 vedendosi così dimezzati i rendimenti garantiti trenta anni prima.

Alle ore 13.00 di lunedì 11 febbraio 2019 è stata depositata in Cassazione la decisione n. 3963/2019 decisa in camera di consiglio in data 13 giugno 2018 per un procedimento introdotto con ricorso 23859/2016.

La pronuncia delle SS.UU. a firma del presidente dr. Mammone rigetta il ricorso principale promosso da un risparmiatore in possesso dei buoni postali fruttiferi acquistati negli anni 1982 e 1983 (presumendosi, perché non indicato in sentenza, serie O).

I motivi di ricorso promossi dal risparmiatore palermitano erano due.

Con il primo motivo di ricorso si è dedotta la violazione e falsa applicazione ex art. 360 n. 3 c.p.c. dell’art. 173 DPR 156/1973 così come modificato dall’art. 1 D.L. 460/1974 convertito in L. 588/1974 ed abrogato dall’art. 7 d. lgs. 284/99.

Il ricorrente ha sostenuto la prevalenza della indicazione del rendimento dei buoni apposta sui titoli al momento della loro emissione e l’impossibilità di modifiche peggiorative ritenendo, invero, che le stesse dovessero essere portate a conoscenza al momento della sottoscrizione e costituire, pertanto, l’oggetto di una accettazione specifica; in ogni caso, ex art. 173, c. 3 DPR 156/1973 il collocatore avrebbe dovuto provare la messa a disposizione presso gli uffici postali delle tabelle modificative.

Il motivo viene dichiarato infondato.

La corte sostiene infatti, sembrerebbe concentrandosi maggiormente su di un elemento ulteriore e differente rispetto a quanto emerso dalle richieste del ricorrente, che “la norma abrogatrice [dell’art. 173 DPR 156/1973], l’art. 7 del decreto legislativo n. 284 del 30 luglio 1999, aveva infatti, al terzo comma, previsto che i rapporti già in essere alla data di entrata in vigore dei decreti destinati a stabilire le nuove caratteristiche dei libretti di risparmio postale e dei buoni fruttiferi postali continuano a essere regolati dalle norme anteriori. Nello stesso comma terzo si prevede poi che i detti decreti possono disciplinare le modalità di applicazione delle nuove norme ai rapporti già in essere, al fine di consentire una disciplinare dei rapporti più favorevole ai risparmiatori. Il decreto ministeriale del Tesoro del 19 dicembre 2000, che ha disciplinato i buoni fruttiferi postali in adempimento a quanto previsto dall’art. 173 del codice postale, dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale, e ha ribadito che i buoni fruttiferi postali delle serie già emesse alla data di entrata in vigore del decreto ministeriale nonché le operazioni relative ai medesimi buoni, restano regolati dalla previgente disciplina. Non è quindi in alcun modo contestabile che al rapporto controverso si applichi il testo dell’art. 173 del citato D.P.R. n. 156/1973, come novellato dall’art. 1 del D.L. n. 460/1974, convertito in legge n. 588/1974”.

Sul punto, chi scrive, condivide il contenuto della decisione e, pertanto, nulla quaestio.

Continua la corte chiarendo come il ricorrente abbia denunciato la violazione di cui all’art. 173, c. 3, DPR 156/1973 per non aver provato di aver messo a disposizione dei titolari dei buoni le tabelle integrative recanti l’indicazione dei nuovi rendimenti.

Purtroppo, tale ultimo aspetto di certo rilevante unitamente ad altre argomentazioni giuridiche condivise da autorevole dottrina (prof. Ugo Carnevali, I Contratti, Milano, fasc. 1/2019, pagg. 31 e ss.) risulta, secondo la decisione in commento, [pag. 14] “deduzione nuova. Non risulta infatti dalla sentenza della Corte di appello che il sig. Gxxx abbia prospettato una tale inosservanza. Né il ricorrente specifica quanto e in che termini avrebbe nel corso del giudizio di merito sollevato tale eccezione.”.

Probabilmente fuorviata dagli errori nelle argomentazioni del ricorrente, la Corte ha ritenuto, con un’interpretazione incompatibile con il dato letterale della norma, che la prescrizione di cui all’art. 173, c. 3, DPR 156/1973 sulla messa a disposizione delle tabelle integrative avesse la sola finalità di consentire al risparmiatore di verificare, presso l’ufficio postale, l’ammontare del proprio credito per interessi all’esito dell’intervenuta variazione – circostanza che però il risparmiatore non aveva mai conosciuto all’atto dell’adozione del D.M. 13.6.1986 né era stata chiarita all’atto della sottoscrizione dei buoni postali fruttiferi.

Si invita infatti chi legge, a prendere visione della pubblicità che Poste reclamizzava all’atto della sottoscrizione dei titoli ove i rendimenti erano dichiarati come CERTI e IMMUTABILI facendo riferimento alla moltiplicazione dei denari nella nota favola di Pinocchio.

Sottolinea infine, un po’ frettolosamente, la Corte che la circostanza che il risparmiatore non fosse stato reso edotto dell’intervenuta modifica successiva non rileva, secondo il generale principio della conoscenza della norma mediante la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Con il secondo motivo ex art. 360 n. 3 c.p.c. il ricorrente ha dedotto la violazione e falsa applicazione degli artt. 1337, 1375 e 1339 c.c. rilevando che il rapporto instaurato tra risparmiatore e Poste Italiane, come da costante giurisprudenza della medesima corte, sia da considerarsi di diritto privato e, pertanto soggetto al regime privatistico.

Il risparmiatore chiedeva, infine, di dichiarare l’eccezione di incostituzionalità dell’art. 173 DPR 156/1973 se non ricondotto a una interpretazione adeguatrice al disposto degli artt. 3, 43, 47 e 97 della Costituzione che consenta al risparmiatore di non sottoscrivere la clausola di variazione dei tassi di interesse nel corso del rapporto e di recedere dal contratto, all’esito dell’adempimento degli obblighi informativi speculari al potere di variazione dei tassi da parte della pubblica amministrazione. (ricordando peraltro che la società è una società di diritto privato dal 1994 -S.P.A.- le cui azioni sono quotate sul listino di Borsa Italiana dal 27.10.2015 e sono così detenute: 35,74% privati - 29,26% Ministero Economia e Finanze - 35% Cassa Depositi e Prestiti S.p.A.).

In relazione a tale ultimo aspetto, ad avviso della difesa del ricorrente, il risparmiatore aveva diritto di essere informato della possibile successiva variabilità dei tassi di interesse per effetto di un’eventuale posteriore determinazione in tal senso e, trattandosi di clausola vessatoria, la stessa doveva essere accettata per iscritto.

In assenza di tale prova alla società Poste Italiane doveva addebitarsi una responsabilità contrattuale per non aver provato di aver esposto, nei locali aperti al pubblico, un avviso sulle condizioni praticate.

Veniva contestato, inoltre, il riferimento all’art. 1339 c.c. il quale prevede l’inserimento automatico delle clausole solo in base ad un intervento legislativo mentre, nel caso di specie, era avvenuto in base ad un atto amministrativo.

Anche il secondo motivo viene dichiarato infondato partendo dalla qualificazione dei buoni postali fruttiferi quali titoli di legittimazione ex art. 2002 c.c., la Corte sostiene che gli stessi possano essere integrati dall’esterno ex art. 1339 c.c. e che, pertanto, non possa applicarsi la “disciplina di tutela dei consumatori che si estrinseca nel meccanismo della sottoscrizione separata delle clausole vessatorie o nella imposizione di obblighi informativi personalizzati cui riconnettere facoltà e diritti intesi a garantire la libera autodeterminazione, nella specie, dei risparmiatori anche nel corso del rapporto”.

Analizzando l’eccezione di incostituzionalità, inoltre, la Corte ha ritenuto di dichiarare non solo “impraticabile la proposta interpretazione adeguatrice ma anche infondate le eccezioni di incostituzionalità che, oltre a non trovare alcun sostegno nella giurisprudenza della Corte Costituzionale […] non attingono dalla illustrazione del ricorrente alcun concreto riferimento al dato normativo invocato”.

Si segnala, da ultimo, che il ricorso incidentale proposto da Cassa Depositi e Prestiti, all’interno del presente procedimento, circa il difetto di giurisdizione del giudice ordinario in favore del giudice amministrativo nonché la violazione ex art. 360, c. 1, n. 1 c.p.c. per la violazione e la falsa applicazione dell’art. 5 c. 3 D.L. 269/2003, (convertito in L. 326/2003 e del D.M. 5.12.2003) per il difetto di legittimazione passiva del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è stato considerato assorbito per carenza di interesse.



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